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Ho voglia di camminare stasera. Tutto il giorno seduta in ufficio, davanti a quel monitor. Ho le gambe paralizzate. Sento che cammino come Pinocchio.
Ho deciso di fare due passi in centro, giusto per staccare il cervello dopo una settimana un po’ stressante, sia per il lavoro . Passo davanti a tante vetrine, ma non mi soffermo davanti a nessuna. Collane, gonne, trucchi, stivali. Tutto mi passa davanti come fosse un paesaggio visto dai finestrini di un treno. Posso solo osservare ma non toccare. Sono stanca e confusa, e vago per le vie illuminate senza una meta precisa, fino a che si fa tardi e devo rientrare a casa per la cena. Aumento il passo per arrivare qualche minuto prima, perché ho un certo languorino che mi solletica lo stomaco. A metà percorso mi infilo in una strada, poco frequentata, ma che mi permetterà di ottimizzare i tempi. C’è pochissima illuminazione, ma l’unica cosa che devo temere è dove mettere i piedi perchè frequentata da molti cani. E’ vero che i bravi padroni dovrebbero togliere i rifiuti solidi dei loro amici, però…. Davanti a me una figura sta camminando a passo più lento del mio e piano piano la sto raggiungendo. E’ una donna. Lo capisco soprattutto dal ticchettio che sento rimbombare tra i palazzi che ci circondano. Rallento il passo per mettermi nella sua scia. Questa è una cosa che faccio spesso, in modo da poter osservare e studiare i movimenti, la camminata, il ritmo con cui si alternano i passi. Perché essere donna non vuol dire camminare femminilmente : per molte donne è naturale, per alcune è artificiale e per altre è cosa sconosciuta. Io almeno sono scusata, noooo? Sono a pochi passi da lei e sento addirittura il suo profumo, molto intenso ma gradevolissimo. A questo punto in me scatta un meccanismo che io definisco Autoswitch. In gergo tecnico informatico, un autoswitch è un apparato elettronico che effettua la commutazione automatica tra due diverse periferiche. Mi ricordo ancora di quando, ai gloriosi tempi del DOS, avevamo in ufficio uno scatolotto che serviva per utilizzare una stampante con due diversi PC, attraverso la porta parallela (l’USB era una cosa impensabile per l’epoca). Nel mio caso, quando interviene, tutto il corpo si adatta per passare dallo stato uomo allo stato donna. Prima di tutto la schiena, che si drizza in modo da rendere i movimenti più gentili. Poi il sedere, che deve sporgere un po’ di più del solito, perché dove la natura non ha provveduto, bisogna ingegnarsi. Anche le gambe devono adattarsi e cambiare l’impostazione, avvicinandosi tra di loro, quasi a toccarsi mentre si muovono. Infine le braccia, che devono anche loro avvicinarsi al corpo, specialmente i gomiti che devono conficcarsi nei fianchi, mentre le mani si allontanano verso l’esterno. Tutto questo avviene senza apparente volontà da parte mia, o almeno a me fa comunque molto piacere pensarlo anche se so che non è vero. Il passo rallenta ancora, step by step, fino a che non mi sincronizzo con la sua camminata. Tic, tac, tic, tac. La mente stacca totalmente la parte maschile e dalla testa in giù mi sento donna. Tic, tac, tic, tac. Ad ogni passo mi sembra di sentire addirittura un seno che saltella su e giù. Tic, tac, tic, tac. Provo a chiudere gli occhi per immedesimarmi meglio e staccarmi ancora di più da quell’essere che in realtà sono. Tic, tac, tic, tac. Il suo profumo ora mi avvolge, regalandomi un sensazione olfattiva indescrivibile, come se fosse stato spruzzato su di me. Tic, tac, tic, tac. Ci siamo, l‘autoswitch ha funzionato perfettamente, tutto il mio corpo si è adattato alla nuova condizione ed ora mi sono perfettamente immedesimata. Tic, tac, tic, tac. Continuo a tenere gli occhi chiusi per gustarmi altri secondi di questa leccornia divina, immaginandomi quei vestiti che potrei avere indosso in quel momento, agli orecchini che ciondolano, alla frangia dei capelli che mi batte sulla fronte. Tic, tac, tic, tac, smeerd…. postato da me medesima · permalink · commenti (20)
Ore 6:50
L'aria fresca di una mattina invernale mi ghiaccia la pelle appena metto fuori la testa dal portone condominiale. Oggi sono tranquilla perchè non sarà una giornata di pesante lavoro, quindi il tempo dovrebbe passare velocemente. Mentre mi incammino verso l'auto, penso a quello che potrei fare questa sera, nel dopo lavoro. Magari potrei andare a vedere se trovo qualcosa di nuovo da comperare. Mi piacerebbe vedermi con una gonna un po' più corta di quelle che ho. Dato che stamani ho una borsa piena di libri, ho pensato di lasciarla nell’auto prima di dirigermi verso il panificio. Passo davanti alla mia auto e mi accorgo di avere una ruota bucata. Strano ma vero, la cosa non mi preoccupa più di tanto. Quindi, lasciata la borsa, vado a prendermi la mia colazione e torno verso l’auto, mangiandomela con calma. Faccio fuori il succo di frutta e con tutta la calma del mondo apro l’auto, cercando nel cruscotto il libretto delle istruzioni. Dato che è il mio primo cambio di ruota per questa auto, voglio essere sicura di fare tutte le cose per bene. Preso il libretto, verifico prima di tutto che le ruota non abbiano congegni strani, stile il controllo della pressione che genera una serie di allarmi sul cruscotto. Nel frattempo rifletto su quelli che per sbaglio hanno posizionato male il crick ed hanno fatto dei danni alla carrozzeria. Ma io invece leggo, mi informo, mica sono scema. La figura del manualetto riporta un punto esatto sotto la scocca dove inserire il cuneo del trabiccolo atto a sollevare l’auto. In effetti quel diabolico marchingegno, non ha una base piatta come avevo nelle altre auto. Questo ha invece un aggeggio a punta che si “conficca” in un punto preciso e ben segnalato, subito sotto la portiera. Ore 7:05 Comincio a girare la manovella del crick. “Gira la ruotta, grira la ruotta” canticchio dentro di me. “Datemi una leva e solleverò il mondo”. E gira, e gira, e gira. L’auto comincia ad alzarsi. Certo non è un grosso divertimento, ma penso che ce la farò ad arrivare al lavoro per tempo. Tolgo la ruota forata senza troppo sforzo. C’è un bel chiodetto nuovo nuovo che fa bella mostra di se. E’ tutto molto bello, tutto molto tranquillo. Non sono io. E’ un’altra persona che si è impossessata di me. Riprendo a girare per alzare ulteriormente l’auto. Ho perso il conto delle volte che le noccole della mia mano hanno battuto contro l’asfalto. Mi fermo e guardo l’altezza dell’auto da terra. “Ci dovremmo essere” penso soddisfatta. Prendo la ruota di scorta e provo ad infilarla. Troppo bassa. “Dovrò dare qualche giro in più”. Ci siamo. Riprovo la ruota ma…non basta. Ancora due o tre giri. Uno…due…tr…tronk. L’auto si abbassa improvvisamente ed io terrorizzata vedo il crick che sprofonda all’interno della carrozzeria, come un coltello che entra in un panetto di burro. “Ma come, cosa è successo, eppure ho guardato bene”. Mi abbasso sotto l’auto per osservare meglio ed oltre alla tana creata dall’ordigno meccanico, vedo a circa 5 centimetri di distanza, una seconda insenatura, un po’ più vicina alla freccina che la segnala sul manuale. Ore 7:30 Momenti di frustrazione e vi risparmio cosa mi sono detta. A questo punto devo provare ad estrarre quel maledetto attrezzo dall’interno dell’auto, però appena provo a girare la manovella del crick in senso inverso, questi allargandosi mi apre la carrozzeria come una scatoletta di tonno. Ed ora? Come faccio a farlo uscire senza dividere in due la macchina? Idea!!!! A pochi metri, c’è l’auto di mia moglie. Potrei prendere il suo di crick, alzare l’auto e togliere il mio. Detto fatto, lo piazzo e comincio nuovamente a ruotare la manovella, questa volta però non mi viene da cantare. L’auto si solleva ma dopo pochi giri, il crick scivola da sotto facendola ricadere verso il basso e facendomi prendere un tuffo al cuore. Basta. Oramai la lamiera è aperta, quindi togliere il crick non causerà più di tanti danni. Così, finalmente riesco ad estrarlo e poi lo posiziono nel giusto incavo. Sollevo l’auto e inserisco la ruota di scorta, la fisso e riabbasso il tutto. Ore 8 Tardi per tardi, me ne ritorno a casa, mi lavo le mani e con l’occasione saluto mio figlio che si stava preparando per andare a scuola. Finalmente riesco ad andare al lavoro. Totale: 300 € di carrozzeria + 180 € per 2 gomme nuove. Buona mattina anche a voi. postato da me medesima · permalink · commenti (7)
Sono appena tornata dal lavoro, stanca e con la testa pensante a chissà cosa.
La casa è vuota e silenziosa. Loro sono fuori, da qualche parte in questa buia città. Entro in camera per cambiarmi e ti trovo li, accanto alla finestra, vicino alla specchiera. Ti intravedo, attraverso quelle tende color arancio, talmente fini che lasciano passare la luce fioca di una sera invernale. Non pensavo di trovarti in casa. Credevo tu fossi fuori, attaccato a lei, che tu in questo momento la stessi stringendo forte forte. Appartieni a lei, lo so. Niente e nessuna potrà far si che tu diventi mio. Non mi azzardo nemmeno a pensarlo. Ma io ti desidero. Ti desidero con tutta me stessa. Ti desidero più di ogni altra cosa. E mi chiedo anche il perché. Che senso ha che io stia così male per colpa tua. Non hai niente di particolare, niente di tremendamente bello, niente di utile o necessario per me. Eppure ogni volta che ti rivedo, sento come un pungo forte, dritto allo stomaco ed io mi sento persa, sconfitta. Mi avvicino a te esitante. Ti tocco, ti accarezzo, ma tolgo subito la mano con un movimento improvviso. In questo momento vorrei averti su di me, sentire il tuo abbraccio stretto sulle mie spalle. Ma non posso! Non ho niente da regalarti, non ho niente che tu possa esaltare, se non la mia stessa femminilità. Non posso certo gareggiare con lei. Lei sa come valorizzarti, come renderti felice di esistere. Eppure tu continui ad invitarmi, quasi a prenderti gioco di me. “Prendimi, prendimi” Vorrei andare oltre, ma so che potrebbe essere fatale. Lei potrebbe rientrare e…. Ma io ti resisto, so che ce la posso fare. Mi convinco che tu non sia niente per me. Sei solo uno stupido, inanimato,…. bellissimo reggiseno. postato da me medesima · permalink · commenti (11)
Maria appena mi vede, mi viene incontro sorridendo. “Avevo capito che avevi fretta. Vedo invece che hai intenzione di trattenerti.”. Dalla mia bocca esce un deciso “Ciao ma’”. La povera donna davanti a me spalanca gli occhi ed indietreggia di un passo. La bocca trema, si apre e chiude come quella di un pesce. Sembra che voglia dire qualcosa ma non riesce a far uscire nessun suono, nemmeno un soffio d’aria. La voce era la mia, ma l’intonazione, la cadenza e la tonalità non mi appartenevano. Quella forza interna mi fa avvicinare a lei, sua madre, ormai paralizzata con la bocca semiaperta. Sono in tensione più per lei che per me. Non vorrei che si svenisse o che le si prendesse un infarto.
Ancora la mia mano si sta alzando, non certo per mia volontà. La accarezza sul volto, come già avevo fatto ieri. I miei dubbi erano fondati. E lei è rientrata in me laggiù, lungo la strada, proprio dove era… La mano si sposta sopra la testa, lisciando quei lunghi capelli bianchi fermati da una crocchia. Gli occhi di Maria si riempiono di lacrime, e poi di getto comincia a piangere senza però muoversi di un solo millimetro. La mani ora si abbassano ed insieme prendono quelle tremanti della vecchia donna, stringendole forte. Poi le alza e le porta al mio viso, passandole sulle guance, fino a portarle sulle labbra. Le sto baciando con l’affetto di una figlia. Ora le rilascio e comincio ad allontanarmi, mentre lei rimane immobile, con gli occhi lucidi ed una smorfia di dolore sul volto. Mi volto e mi incammino verso la porta principale con passo deciso. “Cosa vuoi fare ora? Dove hai intenzione di portarmi?”. Queste sono le urla che rimbombano nel mio cervello senza però poter uscire all’esterno. Ma lei non mi sente…o forse non mi ascolta. Apre la porta, mentre Maria con voce singhiozzante dice: “Ma dove vai ora? Non andare li? Per favore? No, .. li no…ti prego”. Ma li dove? Dove cavolo avrà intenzione di andare questo spirito irrequieto? E soprattutto…quando se ne andrà dal mio corpo? La testa si gira verso la mamma. Uno sguardo veloce e poi usciamo fuori, al freddo. “Sta rincoglionita s’è pure scordata il cappotto” dico fra me e me. E’ veramente freddo fuori. Mi sento il volto ghiacciare ed una sensazione strana arriva anche dalle gambe, dato che un refolo di vento fa entrare aria sotto la gonna. Attraversiamo la strada e ci dirigiamo verso il portone di Stefania. “Perché?” continuo a chiedermi. “Cosa c’entra lei con Stefania?”. In effetti che io sapessi non c’era nessun legame tra le due. Solo delle vicine di casa. Non avevo mai sentito parlare di lei dalla mia amica. Probabilmente vorrà andare da qualcun altro che abita nello stesso palazzo. Ma il mio dito con un tocco breve suona proprio il suo di campanello. “Non aprire. Non aprire. Fa che sia a dormire nel letto”. Dopo pochi secondi uno scatto metallico fa si che la porta si apra. “Darà per scontato che sia io”. Iniziamo a salire la prima rampa di scale. Anche il mio passo è troppo…femminile. Me ne accorgo per lo più dal ticchettio, uniforme e veloce, che riecheggia nel vano scale. Vorrei fermarmi, buttarmi per terra, gridare “Non aprire”, ma purtroppo il mio corpo non risponde. Siamo ormai davanti a quella porta, aspettando che si apra. In un altro momento sentirei il cuore battere all’impazzata, ma invece ora ho un battito regolare, come se non ci fosse niente di strano in quello che sto facendo. Eccola. La porta si apre prima di un pezzetto, lasciando intravedere da dentro un viso dubbioso. Probabilmente si aspetta che io le dica qualcosa di più degli “spettrali” incontri avuti durante la giornata. Visto che ero io, apre del tutto sposandosi da una parte per farmi entrare. Mentre passo dalla porta mi assale con un : “Ma sei scema? Sei sempre vestita. Addirittura ti sei rifatta il trucco. Ma lo sai quanto tempo hai prima di prendere il treno?”. “Ciao Ste’” la freddo io…o meglio la mia voce. Altra scena di terrore. Occhi barrati, fiato tremante e bocca impastata. “Ma…Martina,..non fare scherzi stupidi… Te l’ha detto Maria vero? Ti ha detto lei come mi chiamava?...Non…non è divertente sai?”. “Sono io Ste’…sono Patrizia” replico. Quella voce, quella inflessione dialettale, quel modo di esprimersi le tolgono tutti i dubbi facendola arretrare. “No. Non ci credo. Non puoi essere tu. Ti prego Martina, dimmi che non è vero”. Avanzo verso di lei e le prendo le mani. Riesco a sentirle gelide e tremanti, ma non fa nessuno sforzo per evitare che io le tocchi. “Volevo rivederti” dico io…anzi dice lei, mentre il mio volto si sta avvicinando sempre di più al suo. Stefania apre la bocca ma non emette nessun suono, come se tutto quello che vorrebbe dire le si fosse incastrato in fondo alla gola. Poi la richiude, assieme agli occhi, come se stesse aspettando un bacio. Ed anch’io sento le labbra che si aprono leggermente, mentre la testa si inclina verso sinistra. Le labbra si incontrano e si uniscono in un caldo insieme. Lascio le sue mani per avvolgerla intorno alla vita e la tiro verso di me. “Martina…noi siamo amiche, non…”, ma un altro bacio la zittisce. Ora capisco tutti i discorsi che mi aveva fatto prima, perché Patrizia avrebbe dovuto chiedere di lei. Forse Stefania si vergognava di dirmelo, come se io mi potessi scandalizzare di una cosa del genere. Certe volte ti rendi conto di quanto non conosci le persone, anche quelle che ti stanno più vicine. In questi momenti penso a mia moglie, a quello che può aver pensato quando io le ho detto cosa avrei voluto dalla vita, a quanto deve averci rimuginato sopra. Ed ora io sono qui a baciare contro la mia volontà una delle mie migliori amiche. Mi sento perfino in colpa per qualcosa che in realtà non sto facendo, o almeno volontariamente. La mia testa cambia posizione e Stefania adatta la sua. Non c’è nessun segno di ribellione nei miei confronti, anzi ora le sue braccia mi cingono e cominciano ad accarezzarmi la schiena con un ritmo agitato. Le mani si infilano sotto la maglietta e sento i suoi polpastrelli esercitare pressione sulla mia pelle. Anche le mie mani si muovono freneticamente sotto il maglione di lei fino a scoprirle la schiena. Poi con fare deciso, le mani sollevano il maglione fino a toglierlo dal collo, riprendendo il bacio interrotto solo per permettere il passaggio dal collo. Il respiro di Stefy si fa sempre più irregolare, intervallato da brevi sospiri. Non posso vederla nel viso perché i miei occhi sono sempre chiusi, ma ho la sensazione che si stia godendo il momento. Certo che Patrizia doveva essere quella che tra le due “portava i pantaloni”, o così almeno penso io. Mi sta dando l’impressione di essere stata una donna decisa, che andava dritta al bersaglio senza cercare scorciatoie. Le mie mani afferrano il reggiseno di lei, lo slacciano e lo fanno uscire dalle braccia senza permettere alle labbra di separarsi. Una spinta secca, Stefania cade sul divano ed io sopra a lei. Ora i miei occhi sono aperti e nei suoi vedo la passione, l’amore, la felicità. Le mie labbra ora si spostano sul collo, lasciandole piccoli baciotti a destra e sinistra. Il mio naso struscia sulla pelle morbida che odora di desiderio. Il suo respiro ora penetra nei miei orecchi, facendomi capire che è molto eccitata. La bocca scende ancora e si sofferma sul capezzolo turgido. La lingua bagna più volte il piccolo rilievo, mentre la voce tremante di lei mi dice “Ti…ti ricordi ancora…”. Doveva essere uno dei loro giochi d’amore, visto come Stefania sta reagendo. La faccia si sposta sull’altro seno facendomi baciare il secondo capezzolo. Anche il mio di respiro comincia ad essere affannato. La mia mente è libera, lontana da questo turbine di emozioni. Sono solo un testimone passivo del tutto e vorrei tanto potermi svincolare, ma la mia testa scende ancora verso l’ombellico e la lingua disegna un cerchio attorno. Le mani di Stefania ora mi accarezzano la testa, facendomi muovere su e giù la parrucca. Le mie invece spingono i pantaloni della sua tuta verso i ginocchi. Lei aiutandosi con i piedi se li toglie del tutto e divarica gli arti, permettendo alla mia testa di infilarsi tra le sue gambe. L’odore acre del suo sesso, mi fa capire quanto sia eccitata. Il mio naso si intrufola tra i suoi peli prima di lasciare lo spazio alla lingua, che si fa largo e poi si infila nelle labbra umide, con sempre più decisione. Stefania reagisce con piccoli movimenti delle gambe che interrompono il lavoro delle mani. Leggeri gemiti escono dalla sua bocca, incitando Patrizia a continuare, ad insistere nella sua opera, a spingere incessantemente quella lingua ormai arroventata. Le gambe di lei stringono la mia testa come uno schiaccianoci ed i gemiti aumentano di volume e di intensità. Devo fare più pressione per poter far entrare la lingua e mi sento le orecchie surriscaldarsi per lo strofinamento sulle cosce. Ad un tratto la testa si allontana al ventre e ritorna sul viso avvolgendo nuovamente le sue labbra con le mie, mentre la mano destra si incunea tra le gambe tremanti per far affondare l’indice nella calda ed umida fessura, continuando il lavoro martellante della lingua. I nostri corpi sono tuttuno, così come lo sono i respiri irregolari, quasi sincronizzati. Con i denti comincio a mordicchiarle l’orecchio e poi le bacio insistentemente il collo approfittando della sua testa riversa all’indietro. Il dito entra ed esce senza interruzione aumentando il ritmo col passare dei secondi. Sento che l’abbraccio di Stefania si fa sempre più forte ed il suo respiro è diventato affannato, alternando brevi silenzi a gemiti di piacere. Ma ancora una volta il mio corpo interrompe la sua azione e cambia posizione. Mi sto sdraiando sopra di lei, infilandomi tra le sue gambe. Mentre continuo a baciarla, con le mani mi slaccio la gonna a comincio a sganciarmi il body. Poi, con un movimento da contorsionista, tolgo gli slip scoprendo il mio pene. “Che diavolo vuole fare ora?” mi chiedo terrorizzata. “Come abbiamo sempre voluto farlo Ste’” esce dalla mai bocca, lasciandomi partire un brivido freddo sulla schiena. “Questo no, è troppo, non posso permetterglielo”, ma è inutile. Qualsiasi sforzo provassi a fare risultava vano. “No Patri, no, non così…” mi dice Stefania, ma da suo tono non mi sembra molto convinta. Patrizia è invece molto decisa in quello che fa e con precisione prende il mio membro e la penetra. Da come si muove, si capisce che non è la prima volta che lo fa, da esperta, come se fosse normale routine nei loro giochi erotici, probabilmente aiutandosi con protesi artificiali. Stefania emette un lieve gemito, segno evidente di piacere. Comincio a muovermi su e giù, dando colpi veloci e costanti. Le gambe di lei cingano le mie, così come le sue mani cominciano a stringere più forte la mia schiena. “Si, Patri, così, così…”, mi dice con voce tremante. Malgrado non voglia partecipare a questo gioco, la natura comincia a farmi assaporare la sensazione del rapporto. Lo strofinio del mio prepuzio all’interno della sua vagina, mi fa ansimare e desiderare quella donna, anche se a mente fredda non potrei nemmeno pensare di sfiorarla. La frequenza aumenta e la mia eccitazione con lei. Le teste si scuotono in continuazione, con le bocche che si cercano, si sfiorano e poi si lasciano per ritrovarsi poco dopo. D’improvviso un forte scompiglio interno comincia a preparare la fase finale di questo rapporto, fino che l’orgasmo mi lacera di emozioni devastanti. Le gambe di lei si stringono bloccandomi il corpo, mentre le sue unghie si conficcano nella mia pelle ed un gridolino strozzato esce dalla sua bocca. Pochi secondi dopo le gambe ed le braccia allentano velocemente la presa. La sua testa si volta dall’altra parte facendomi assaporare una boccata d’aria fresca. Avvicino la mia mano al suo viso per accarezzarlo. La mano scivola sulle sue guance quasi come fosse priva di controllo…..ma è priva di controllo!!!. Posso muoverla…mi muovo per mia volontà. Immediatamente mi allontano da lei e le dico:”Stefania…Stefania…Sono tornata io…Sono Martina”. Lei mi guarda con gli occhi socchiusi, provata dall’orgasmo, come se non capisse di cosa io stessi parlando. Poi in un attimo si rialza e toccandomi il volto con la mano scoppia in un pianto liberatorio. “E’ passato tutto…Non ti preoccupare… E’ passato”, provo a tranquillizzarla io. “Avrei voluto dirtelo…ma io…lei non…”. “Sssttt” la cheto io, “Non ha nessuna importanza ora, è tutto finito, non ti preoccupare.”. La stringo forte a me accarezzandole i capelli. Sento che ha molto bisogno di me. Ha bisogno di nuovo di Martina. Ed anche Martina ha bisogno di qualcuno vicino. Continua???…(speriamo di no). postato da me medesima · permalink · commenti (7)
Un’altra citazione dall’ennesima una serie televisiva, anche se stavolta non è necessario dare più di tante spiegazioni visto che si tratta di storia recente. Questa era la classica frase con la quale il signor Kirk, capitano dell’Enterprise, comunicava al direttore di macchine (Scott) di attivare il dispositivo del teletrasporto. Questo marchingegno veniva utilizzato per i trasferimenti di persone da e per l’astronave. I singoli corpi venivano smaterializzati per poi essere ricomposti nel luogo prescelto. postato da me medesima · permalink · commenti (11)
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