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Cosa dico?
 
 
Merry Cristmas Martina
Scritti col cuore
 
 
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giovedì, 19 giugno 2008, 12:01
Ho sempre dedicato attenzione ai titoli dei miei post, magari cercando una battuta, un controsenso, giusto per introdurre l’argomento. Non ricordo di aver mai messo il primo titolo che mi veniva in mente.
Questa volta però, il titolo mi è venuto spontaneo perché è quello che ho in testa da diversi giorni.
Sono davvero triste perché sono contenta e non è un controsenso.
In effetti, sono contenta, molto contenta. Contenta che “La Marti” abbia finalmente trovato una nuova dimensione, che la dieta le abbia aperto nuove porte, compresa quella dell’armadio di mia moglie dato che ora posso attingere anche da li), che un nuovo look totale le dia ancora più forza, più convinzione di se stessa, forse troppa. Alcune prove tecniche hanno dato dei risultati al di sopra delle aspettative ed ora aspetto il fine settimana per mettere il tutto in pratica (e magari anche sul blog).
In contrapposizione a questo, sono terribilmente triste. Sono tre notti che dormo poco e male. L’umore è poco sotto il livello del mare. Perché? Semplice: non posso dirlo a nessuno di essere felice, di quello che ho visto nello specchio, di tutti i miei progetti per i prossimi acquisti. A nessuno!!!! Tantomeno a mia moglie.
Teoricamente poteri dirglielo, ma so che le farei del male. E dato che l’argomento non è molto gradito, sicuramente il tutto finirebbe in una litigata.
Quindi tengo tutto dentro, con lo stomaco che si attorciglia su se stesso e la testa che pensa a tutto meno a quello che devo fare, specialmente sul lavoro.
Vorrei urlare al mondo: “Ehiii!!! Sono qui!!! Guardatemi” ed invece devo stare zitta. L’unica cosa che posso fare…è piangere di nascosto.
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lunedì, 05 maggio 2008, 10:35
Direi che ognuno dei vostri commenti ha centrato le mie problematiche e quindi ho deciso di fare un nuovo post invece di aggiungere un commento chiarificatore che sarebbe rimasto nascosto.
Prima di tutto direi che il maggior problema di me stessa è….me stessa. Sono io la prima a fermare voglie e desideri perché alla fine io mi vergongo di me, o meglio io non sono per niente convinta di fare la cosa più giusta per me. D’altronde, chi è che ci può dire cosa è giusto o cosa è sbagliato? Nessuno, aggiungo io. Quindi ci affidiamo alla massa, seguendo usi e costumi del mondo che ci circonda e sentendosi in colpa quando il piede va fuori della linea prestabilita. D’altro canto, giorno dopo giorno scopro ricordi e motivazioni che mi confermano i pensieri e mi danno una carica per continuare a stare almeno a fianco di questa linea, senza calpestarla, ma nemmeno abbandonarla del tutto.
Sono sempre più convinta di essere qualcosa di diverso rispetto alla massa, ma non sono sicura se essere alla sinistra o alla destra della linea.
Purtroppo, o meglio per fortuna, le mie scelte sono condizionate dagli affetti. Una decisione radicale vorrebbe dire allontanarsi dalla famiglia e per me in questo momento vale il detto “il gioco non vale la candela”. “Cambiare vita” per me non vuol dire “stare meglio”. Starei senz’altro male, forse peggio di come sto ora.
C’è inoltre una paura vera a propria di cosa potrei fare o diventare. A volte mi spavento di me stessa se mi accorgo di sentirmi “troppo” donna. Ci sono dei momenti in cui il “pelato ciccione” sparisce del tutto e Martina VIVE. Questi momenti cominciano ad essere sempre più frequenti e durano pochissimi secondi perché subito sono assalita dal terrore di arrivare al “punto di non ritorno”, come la molla che viene estesa fino a perdere di elasticità.
“Mai dire mai” è una verità. Io dico “mai” solo per scaramanzia. In realtà il mio è uno “speriamo”. Parto sempre dalla condizione peggiore, in modo da apprezzare ogni piccolo miglioramento. La speranza è l’ultima a morire ed in cuor mio spero sempre che mia moglie accetti, o meglio capisca, tutto quello che sento e provo.
Per quanto riguarda il sorriso, vorrei farvi notare che un sorriso femminile è ben diverso da quello maschile, ed un sorriso maschile su un viso che vagamente (ma molto, molto vagamente) ricorda una donna peggiorerebbe una situazione già critica. Sappiate comunque che in quei momenti ero felicissima.
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domenica, 06 aprile 2008, 22:14
Ho voglia di camminare stasera. Tutto il giorno seduta in ufficio, davanti a quel monitor. Ho le gambe paralizzate. Sento che cammino come Pinocchio.
Ho deciso di fare due passi in centro, giusto per staccare il cervello dopo una settimana un po’ stressante, sia per il lavoro .
Passo davanti a tante vetrine, ma non mi soffermo davanti a nessuna. Collane, gonne, trucchi, stivali. Tutto mi passa davanti come fosse un paesaggio visto dai finestrini di un treno. Posso solo osservare ma non toccare. Sono stanca e confusa, e vago per le vie illuminate senza una meta precisa, fino a che si fa tardi e devo rientrare a casa per la cena.
Aumento il passo per arrivare qualche minuto prima, perché ho un certo languorino che mi solletica lo stomaco.
A metà percorso mi infilo in una strada, poco frequentata, ma che mi permetterà di ottimizzare i tempi. C’è pochissima illuminazione, ma l’unica cosa che devo temere è dove mettere i piedi perchè frequentata da molti cani. E’ vero che i bravi padroni dovrebbero togliere i rifiuti solidi dei loro amici, però….
Davanti a me una figura sta camminando a passo più lento del mio e piano piano la sto raggiungendo. E’ una donna. Lo capisco soprattutto dal ticchettio che sento rimbombare tra i palazzi che ci circondano. Rallento il passo per mettermi nella sua scia. Questa è una cosa che faccio spesso, in modo da poter osservare e studiare i movimenti, la camminata, il ritmo con cui si alternano i passi.
Perché essere donna non vuol dire camminare femminilmente : per molte donne è naturale, per alcune è artificiale e per altre è cosa sconosciuta. Io almeno sono scusata, noooo?
Sono a pochi passi da lei e sento addirittura il suo profumo, molto intenso ma gradevolissimo.
A questo punto in me scatta un meccanismo che io definisco Autoswitch. In gergo tecnico informatico, un autoswitch è un apparato elettronico che effettua la commutazione automatica tra due diverse periferiche. Mi ricordo ancora di quando, ai gloriosi tempi del DOS, avevamo in ufficio uno scatolotto che serviva per utilizzare una stampante con due diversi PC, attraverso la porta parallela (l’USB era una cosa impensabile per l’epoca).
Nel mio caso, quando interviene, tutto il corpo si adatta per passare dallo stato uomo allo stato donna. Prima di tutto la schiena, che si drizza in modo da rendere i movimenti più gentili. Poi il sedere, che deve sporgere un po’ di più del solito, perché dove la natura non ha provveduto, bisogna ingegnarsi. Anche le gambe devono adattarsi e cambiare l’impostazione, avvicinandosi tra di loro, quasi a toccarsi mentre si muovono. Infine le braccia, che devono anche loro avvicinarsi al corpo, specialmente i gomiti che devono conficcarsi nei fianchi, mentre le mani si allontanano verso l’esterno. Tutto questo avviene senza apparente volontà da parte mia, o almeno a me fa comunque molto piacere pensarlo anche se so che non è vero. Il passo rallenta ancora, step by step, fino a che non mi sincronizzo con la sua camminata. Tic, tac, tic, tac. La mente stacca totalmente la parte maschile e dalla testa in giù mi sento donna. Tic, tac, tic, tac. Ad ogni passo mi sembra di sentire addirittura un seno che saltella su e giù. Tic, tac, tic, tac. Provo a chiudere gli occhi per immedesimarmi meglio e staccarmi ancora di più da quell’essere che in realtà sono. Tic, tac, tic, tac. Il suo profumo ora mi avvolge, regalandomi un sensazione olfattiva indescrivibile, come se fosse stato spruzzato su di me. Tic, tac, tic, tac. Ci siamo, l‘autoswitch ha funzionato perfettamente, tutto il mio corpo si è adattato alla nuova condizione ed ora mi sono perfettamente immedesimata. Tic, tac, tic, tac. Continuo a tenere gli occhi chiusi per gustarmi altri secondi di questa leccornia divina, immaginandomi quei vestiti che potrei avere indosso in quel momento, agli orecchini che ciondolano, alla frangia dei capelli che mi batte sulla fronte. Tic, tac, tic, tac, smeerd….
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mercoledì, 26 marzo 2008, 11:57
Avviso ai signori lettori: questo post è un mio personale sfogo. Ho voglia di lagnare e dato che non posso farlo in casa o altrove, allora lo faccio qui. Quindi non me ne avrò a male se nessuno di voi lo leggerà o lo commenterà.
In questi giorni di festa ho avuto occasione di uscire di casa e di vedere tanta gente.
Ovviamente essendo giornate particolari, le persone hanno messo il vestito buono e si sono messe in tiro per fare la loro bella figura.
Escludendo gli uomini, incravattati e non, bambini e fanciulli indovinate un po' chi rimane? Donne, donne, donne. Tutte belle truccate ed profumate.
Specialmente Lunedì, quando sono andata con la famiglia a fare un giro lungomare, ne ho viste a centinaia.
Certo non tutte attiravano la mia attenzione. Ultimamente il mio stile di riferimento è molto cambiato passando dal classico al giovanile moderato, quindi la vista di alcuni tipi di vestiti mi è ormai quasi indifferente, anche se alcune signore sui 50 e passa hanno dato il loro meglio, evidenziando una grande femminilità.
Però tante, tante e tante mi hanno comunque colpito. E per colpito non intendo solo come attenzione. Per me colpito significa anche ricevere quel pugno allo stomaco che molte volte ho già descritto nei miei post.
E' una sensazione per niente piacevole, in cui mi sento lo stomaco che si attorciglia su se stesso, lasciandomi poi con un sapore amaro in bocca. A volte vorrei piangere, tanto e forte questa sensazione, ma non posso e quindi stringo i denti, chiudo gli occhi e vado avanti.
E' stupido raccontarlo, lo so. So che non è una cosa normale e che forse nessuno di voi può avere un’idea di quello che provo, immaginandomi solo nella parte felice di donnina che gira per casa.
Ed allo stesso tempo mi capita di osservare anche gli altri uomini e di provare invidia per loro, perché non hanno (o almeno non lo manifestano) questo mio problema, che non devono lottare per avere quello che sento mio fin dalla nascita.
Fa male. Davvero.
Ed ora che mi sono sfogata....non è cambiato niente.
Scusatemi di avervi annoiato.
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martedì, 11 marzo 2008, 13:23
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Maria appena mi vede, mi viene incontro sorridendo. “Avevo capito che avevi fretta. Vedo invece che hai intenzione di trattenerti.”. Dalla mia bocca esce un deciso “Ciao ma’”. La povera donna davanti a me spalanca gli occhi ed indietreggia di un passo. La bocca trema, si apre e chiude come quella di un pesce. Sembra che voglia dire qualcosa ma non riesce a far uscire nessun suono, nemmeno un soffio d’aria. La voce era la mia, ma l’intonazione, la cadenza e la tonalità non mi appartenevano. Quella forza interna mi fa avvicinare a lei, sua madre, ormai paralizzata con la bocca semiaperta. Sono in tensione più per lei che per me. Non vorrei che si svenisse o che le si prendesse un infarto.
Ancora la mia mano si sta alzando, non certo per mia volontà. La accarezza sul volto, come già avevo fatto ieri. I miei dubbi erano fondati. E lei è rientrata in me laggiù, lungo la strada, proprio dove era…
La mano si sposta sopra la testa, lisciando quei lunghi capelli bianchi fermati da una crocchia. Gli occhi di Maria si riempiono di lacrime, e poi di getto comincia a piangere senza però muoversi di un solo millimetro.
La mani ora si abbassano ed insieme prendono quelle tremanti della vecchia donna, stringendole forte. Poi le alza e le porta al mio viso, passandole sulle guance, fino a portarle sulle labbra. Le sto baciando con l’affetto di una figlia. Ora le rilascio e comincio ad allontanarmi, mentre lei rimane immobile, con gli occhi lucidi ed una smorfia di dolore sul volto. Mi volto e mi incammino verso la porta principale con passo deciso. “Cosa vuoi fare ora? Dove hai intenzione di portarmi?”. Queste sono le urla che rimbombano nel mio cervello senza però poter uscire all’esterno. Ma lei non mi sente…o forse non mi ascolta. Apre la porta, mentre Maria con voce singhiozzante dice: “Ma dove vai ora? Non andare li? Per favore? No, .. li no…ti prego”.
Ma li dove? Dove cavolo avrà intenzione di andare questo spirito irrequieto? E soprattutto…quando se ne andrà dal mio corpo? La testa si gira verso la mamma. Uno sguardo veloce e poi usciamo fuori, al freddo. “Sta rincoglionita s’è pure scordata il cappotto” dico fra me e me. E’ veramente freddo fuori. Mi sento il volto ghiacciare ed una sensazione strana arriva anche dalle gambe, dato che un refolo di vento fa entrare aria sotto la gonna.
Attraversiamo la strada e ci dirigiamo verso il portone di Stefania. “Perché?” continuo a chiedermi. “Cosa c’entra lei con Stefania?”. In effetti che io sapessi non c’era nessun legame tra le due. Solo delle vicine di casa. Non avevo mai sentito parlare di lei dalla mia amica. Probabilmente vorrà andare da qualcun altro che abita nello stesso palazzo. Ma il mio dito con un tocco breve suona proprio il suo di campanello. “Non aprire. Non aprire. Fa che sia a dormire nel letto”. Dopo pochi secondi uno scatto metallico fa si che la porta si apra. “Darà per scontato che sia io”. Iniziamo a salire la prima rampa di scale. Anche il mio passo è troppo…femminile. Me ne accorgo per lo più dal ticchettio, uniforme e veloce, che riecheggia nel vano scale. Vorrei fermarmi, buttarmi per terra, gridare “Non aprire”, ma purtroppo il mio corpo non risponde.
Siamo ormai davanti a quella porta, aspettando che si apra. In un altro momento sentirei il cuore battere all’impazzata, ma invece ora ho un battito regolare, come se non ci fosse niente di strano in quello che sto facendo. Eccola. La porta si apre prima di un pezzetto, lasciando intravedere da dentro un viso dubbioso. Probabilmente si aspetta che io le dica qualcosa di più degli “spettrali” incontri avuti durante la giornata. Visto che ero io, apre del tutto sposandosi da una parte per farmi entrare. Mentre passo dalla porta mi assale con un : “Ma sei scema? Sei sempre vestita. Addirittura ti sei rifatta il trucco. Ma lo sai quanto tempo hai prima di prendere il treno?”. “Ciao Ste’” la freddo io…o meglio la mia voce. Altra scena di terrore. Occhi barrati, fiato tremante e bocca impastata. “Ma…Martina,..non fare scherzi stupidi… Te l’ha detto Maria vero? Ti ha detto lei come mi chiamava?...Non…non è divertente sai?”. “Sono io Ste’…sono Patrizia” replico. Quella voce, quella inflessione dialettale, quel modo di esprimersi le tolgono tutti i dubbi facendola arretrare. “No. Non ci credo. Non puoi essere tu. Ti prego Martina, dimmi che non è vero”.
Avanzo verso di lei e le prendo le mani. Riesco a sentirle gelide e tremanti, ma non fa nessuno sforzo per evitare che io le tocchi. “Volevo rivederti” dico io…anzi dice lei, mentre il mio volto si sta avvicinando sempre di più al suo. Stefania apre la bocca ma non emette nessun suono, come se tutto quello che vorrebbe dire le si fosse incastrato in fondo alla gola. Poi la richiude, assieme agli occhi, come se stesse aspettando un bacio. Ed anch’io sento le labbra che si aprono leggermente, mentre la testa si inclina verso sinistra. Le labbra si incontrano e si uniscono in un caldo insieme. Lascio le sue mani per avvolgerla intorno alla vita e la tiro verso di me. “Martina…noi siamo amiche, non…”, ma un altro bacio la zittisce. Ora capisco tutti i discorsi che mi aveva fatto prima, perché Patrizia avrebbe dovuto chiedere di lei. Forse Stefania si vergognava di dirmelo, come se io mi potessi scandalizzare di una cosa del genere. Certe volte ti rendi conto di quanto non conosci le persone, anche quelle che ti stanno più vicine. In questi momenti penso a mia moglie, a quello che può aver pensato quando io le ho detto cosa avrei voluto dalla vita, a quanto deve averci rimuginato sopra.
Ed ora io sono qui a baciare contro la mia volontà una delle mie migliori amiche. Mi sento perfino in colpa per qualcosa che in realtà non sto facendo, o almeno volontariamente.
La mia testa cambia posizione e Stefania adatta la sua. Non c’è nessun segno di ribellione nei miei confronti, anzi ora le sue braccia mi cingono e cominciano ad accarezzarmi la schiena con un ritmo agitato. Le mani si infilano sotto la maglietta e sento i suoi polpastrelli esercitare pressione sulla mia pelle. Anche le mie mani si muovono freneticamente sotto il maglione di lei fino a scoprirle la schiena. Poi con fare deciso, le mani sollevano il maglione fino a toglierlo dal collo, riprendendo il bacio interrotto solo per permettere il passaggio dal collo. Il respiro di Stefy si fa sempre più irregolare, intervallato da brevi sospiri. Non posso vederla nel viso perché i miei occhi sono sempre chiusi, ma ho la sensazione che si stia godendo il momento. Certo che Patrizia doveva essere quella che tra le due “portava i pantaloni”, o così almeno penso io. Mi sta dando l’impressione di essere stata una donna decisa, che andava dritta al bersaglio senza cercare scorciatoie.
Le mie mani afferrano il reggiseno di lei, lo slacciano e lo fanno uscire dalle braccia senza permettere alle labbra di separarsi. Una spinta secca, Stefania cade sul divano ed io sopra a lei. Ora i miei occhi sono aperti e nei suoi vedo la passione, l’amore, la felicità. Le mie labbra ora si spostano sul collo, lasciandole piccoli baciotti a destra e sinistra. Il mio naso struscia sulla pelle morbida che odora di desiderio. Il suo respiro ora penetra nei miei orecchi, facendomi capire che è molto eccitata. La bocca scende ancora e si sofferma sul capezzolo turgido. La lingua bagna più volte il piccolo rilievo, mentre la voce tremante di lei mi dice “Ti…ti ricordi ancora…”. Doveva essere uno dei loro giochi d’amore, visto come Stefania sta reagendo.
La faccia si sposta sull’altro seno facendomi baciare il secondo capezzolo. Anche il mio di respiro comincia ad essere affannato. La mia mente è libera, lontana da questo turbine di emozioni. Sono solo un testimone passivo del tutto e vorrei tanto potermi svincolare, ma la mia testa scende ancora verso l’ombellico e la lingua disegna un cerchio attorno. Le mani di Stefania ora mi accarezzano la testa, facendomi muovere su e giù la parrucca. Le mie invece spingono i pantaloni della sua tuta verso i ginocchi. Lei aiutandosi con i piedi se li toglie del tutto e divarica gli arti, permettendo alla mia testa di infilarsi tra le sue gambe. L’odore acre del suo sesso, mi fa capire quanto sia eccitata. Il mio naso si intrufola tra i suoi peli prima di lasciare lo spazio alla lingua, che si fa largo e poi si infila nelle labbra umide, con sempre più decisione. Stefania reagisce con piccoli movimenti delle gambe che interrompono il lavoro delle mani. Leggeri gemiti escono dalla sua bocca, incitando Patrizia a continuare, ad insistere nella sua opera, a spingere incessantemente quella lingua ormai arroventata. Le gambe di lei stringono la mia testa come uno schiaccianoci ed i gemiti aumentano di volume e di intensità. Devo fare più pressione per poter far entrare la lingua e mi sento le orecchie surriscaldarsi per lo strofinamento sulle cosce. Ad un tratto la testa si allontana al ventre e ritorna sul viso avvolgendo nuovamente le sue labbra con le mie, mentre la mano destra si incunea tra le gambe tremanti per far affondare l’indice nella calda ed umida fessura, continuando il lavoro martellante della lingua. I nostri corpi sono tuttuno, così come lo sono i respiri irregolari, quasi sincronizzati. Con i denti comincio a mordicchiarle l’orecchio e poi le bacio insistentemente il collo approfittando della sua testa riversa all’indietro. Il dito entra ed esce senza interruzione aumentando il ritmo col passare dei secondi. Sento che l’abbraccio di Stefania si fa sempre più forte ed il suo respiro è diventato affannato, alternando brevi silenzi a gemiti di piacere. Ma ancora una volta il mio corpo interrompe la sua azione e cambia posizione. Mi sto sdraiando sopra di lei, infilandomi tra le sue gambe. Mentre continuo a baciarla, con le mani mi slaccio la gonna a comincio a sganciarmi il body. Poi, con un movimento da contorsionista, tolgo gli slip scoprendo il mio pene. “Che diavolo vuole fare ora?” mi chiedo terrorizzata. “Come abbiamo sempre voluto farlo Ste’” esce dalla mai bocca, lasciandomi partire un brivido freddo sulla schiena.
“Questo no, è troppo, non posso permetterglielo”, ma è inutile. Qualsiasi sforzo provassi a fare risultava vano. “No Patri, no, non così…” mi dice Stefania, ma da suo tono non mi sembra molto convinta. Patrizia è invece molto decisa in quello che fa e con precisione prende il mio membro e la penetra. Da come si muove, si capisce che non è la prima volta che lo fa, da esperta, come se fosse normale routine nei loro giochi erotici, probabilmente aiutandosi con protesi artificiali.
Stefania emette un lieve gemito, segno evidente di piacere. Comincio a muovermi su e giù, dando colpi veloci e costanti. Le gambe di lei cingano le mie, così come le sue mani cominciano a stringere più forte la mia schiena. “Si, Patri, così, così…”, mi dice con voce tremante.
Malgrado non voglia partecipare a questo gioco, la natura comincia a farmi assaporare la sensazione del rapporto. Lo strofinio del mio prepuzio all’interno della sua vagina, mi fa ansimare e desiderare quella donna, anche se a mente fredda non potrei nemmeno pensare di sfiorarla. La frequenza aumenta e la mia eccitazione con lei. Le teste si scuotono in continuazione, con le bocche che si cercano, si sfiorano e poi si lasciano per ritrovarsi poco dopo.
D’improvviso un forte scompiglio interno comincia a preparare la fase finale di questo rapporto, fino che l’orgasmo mi lacera di emozioni devastanti.
Le gambe di lei si stringono bloccandomi il corpo, mentre le sue unghie si conficcano nella mia pelle ed un gridolino strozzato esce dalla sua bocca. Pochi secondi dopo le gambe ed le braccia allentano velocemente la presa. La sua testa si volta dall’altra parte facendomi assaporare una boccata d’aria fresca. Avvicino la mia mano al suo viso per accarezzarlo. La mano scivola sulle sue guance quasi come fosse priva di controllo…..ma è priva di controllo!!!. Posso muoverla…mi muovo per mia volontà.
Immediatamente mi allontano da lei e le dico:”Stefania…Stefania…Sono tornata io…Sono Martina”. Lei mi guarda con gli occhi socchiusi, provata dall’orgasmo, come se non capisse di cosa io stessi parlando. Poi in un attimo si rialza e toccandomi il volto con la mano scoppia in un pianto liberatorio.
“E’ passato tutto…Non ti preoccupare… E’ passato”, provo a tranquillizzarla io.
“Avrei voluto dirtelo…ma io…lei non…”.
“Sssttt” la cheto io, “Non ha nessuna importanza ora, è tutto finito, non ti preoccupare.”.
La stringo forte a me accarezzandole i capelli. Sento che ha molto bisogno di me. Ha bisogno di nuovo di Martina.
Ed anche Martina ha bisogno di qualcuno vicino.
Continua???…(speriamo di no).
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