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Cosa dico?
 
 
Merry Cristmas Martina
Scritti col cuore
 
 
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martedì, 11 marzo 2008, 13:23
donne, racconti, psicologia, amiche, sogni, amicizia, natale, disforia, diversità , travestitismo, crossdresser
Maria appena mi vede, mi viene incontro sorridendo. “Avevo capito che avevi fretta. Vedo invece che hai intenzione di trattenerti.”. Dalla mia bocca esce un deciso “Ciao ma’”. La povera donna davanti a me spalanca gli occhi ed indietreggia di un passo. La bocca trema, si apre e chiude come quella di un pesce. Sembra che voglia dire qualcosa ma non riesce a far uscire nessun suono, nemmeno un soffio d’aria. La voce era la mia, ma l’intonazione, la cadenza e la tonalità non mi appartenevano. Quella forza interna mi fa avvicinare a lei, sua madre, ormai paralizzata con la bocca semiaperta. Sono in tensione più per lei che per me. Non vorrei che si svenisse o che le si prendesse un infarto.
Ancora la mia mano si sta alzando, non certo per mia volontà. La accarezza sul volto, come già avevo fatto ieri. I miei dubbi erano fondati. E lei è rientrata in me laggiù, lungo la strada, proprio dove era…
La mano si sposta sopra la testa, lisciando quei lunghi capelli bianchi fermati da una crocchia. Gli occhi di Maria si riempiono di lacrime, e poi di getto comincia a piangere senza però muoversi di un solo millimetro.
La mani ora si abbassano ed insieme prendono quelle tremanti della vecchia donna, stringendole forte. Poi le alza e le porta al mio viso, passandole sulle guance, fino a portarle sulle labbra. Le sto baciando con l’affetto di una figlia. Ora le rilascio e comincio ad allontanarmi, mentre lei rimane immobile, con gli occhi lucidi ed una smorfia di dolore sul volto. Mi volto e mi incammino verso la porta principale con passo deciso. “Cosa vuoi fare ora? Dove hai intenzione di portarmi?”. Queste sono le urla che rimbombano nel mio cervello senza però poter uscire all’esterno. Ma lei non mi sente…o forse non mi ascolta. Apre la porta, mentre Maria con voce singhiozzante dice: “Ma dove vai ora? Non andare li? Per favore? No, .. li no…ti prego”.
Ma li dove? Dove cavolo avrà intenzione di andare questo spirito irrequieto? E soprattutto…quando se ne andrà dal mio corpo? La testa si gira verso la mamma. Uno sguardo veloce e poi usciamo fuori, al freddo. “Sta rincoglionita s’è pure scordata il cappotto” dico fra me e me. E’ veramente freddo fuori. Mi sento il volto ghiacciare ed una sensazione strana arriva anche dalle gambe, dato che un refolo di vento fa entrare aria sotto la gonna.
Attraversiamo la strada e ci dirigiamo verso il portone di Stefania. “Perché?” continuo a chiedermi. “Cosa c’entra lei con Stefania?”. In effetti che io sapessi non c’era nessun legame tra le due. Solo delle vicine di casa. Non avevo mai sentito parlare di lei dalla mia amica. Probabilmente vorrà andare da qualcun altro che abita nello stesso palazzo. Ma il mio dito con un tocco breve suona proprio il suo di campanello. “Non aprire. Non aprire. Fa che sia a dormire nel letto”. Dopo pochi secondi uno scatto metallico fa si che la porta si apra. “Darà per scontato che sia io”. Iniziamo a salire la prima rampa di scale. Anche il mio passo è troppo…femminile. Me ne accorgo per lo più dal ticchettio, uniforme e veloce, che riecheggia nel vano scale. Vorrei fermarmi, buttarmi per terra, gridare “Non aprire”, ma purtroppo il mio corpo non risponde.
Siamo ormai davanti a quella porta, aspettando che si apra. In un altro momento sentirei il cuore battere all’impazzata, ma invece ora ho un battito regolare, come se non ci fosse niente di strano in quello che sto facendo. Eccola. La porta si apre prima di un pezzetto, lasciando intravedere da dentro un viso dubbioso. Probabilmente si aspetta che io le dica qualcosa di più degli “spettrali” incontri avuti durante la giornata. Visto che ero io, apre del tutto sposandosi da una parte per farmi entrare. Mentre passo dalla porta mi assale con un : “Ma sei scema? Sei sempre vestita. Addirittura ti sei rifatta il trucco. Ma lo sai quanto tempo hai prima di prendere il treno?”. “Ciao Ste’” la freddo io…o meglio la mia voce. Altra scena di terrore. Occhi barrati, fiato tremante e bocca impastata. “Ma…Martina,..non fare scherzi stupidi… Te l’ha detto Maria vero? Ti ha detto lei come mi chiamava?...Non…non è divertente sai?”. “Sono io Ste’…sono Patrizia” replico. Quella voce, quella inflessione dialettale, quel modo di esprimersi le tolgono tutti i dubbi facendola arretrare. “No. Non ci credo. Non puoi essere tu. Ti prego Martina, dimmi che non è vero”.
Avanzo verso di lei e le prendo le mani. Riesco a sentirle gelide e tremanti, ma non fa nessuno sforzo per evitare che io le tocchi. “Volevo rivederti” dico io…anzi dice lei, mentre il mio volto si sta avvicinando sempre di più al suo. Stefania apre la bocca ma non emette nessun suono, come se tutto quello che vorrebbe dire le si fosse incastrato in fondo alla gola. Poi la richiude, assieme agli occhi, come se stesse aspettando un bacio. Ed anch’io sento le labbra che si aprono leggermente, mentre la testa si inclina verso sinistra. Le labbra si incontrano e si uniscono in un caldo insieme. Lascio le sue mani per avvolgerla intorno alla vita e la tiro verso di me. “Martina…noi siamo amiche, non…”, ma un altro bacio la zittisce. Ora capisco tutti i discorsi che mi aveva fatto prima, perché Patrizia avrebbe dovuto chiedere di lei. Forse Stefania si vergognava di dirmelo, come se io mi potessi scandalizzare di una cosa del genere. Certe volte ti rendi conto di quanto non conosci le persone, anche quelle che ti stanno più vicine. In questi momenti penso a mia moglie, a quello che può aver pensato quando io le ho detto cosa avrei voluto dalla vita, a quanto deve averci rimuginato sopra.
Ed ora io sono qui a baciare contro la mia volontà una delle mie migliori amiche. Mi sento perfino in colpa per qualcosa che in realtà non sto facendo, o almeno volontariamente.
La mia testa cambia posizione e Stefania adatta la sua. Non c’è nessun segno di ribellione nei miei confronti, anzi ora le sue braccia mi cingono e cominciano ad accarezzarmi la schiena con un ritmo agitato. Le mani si infilano sotto la maglietta e sento i suoi polpastrelli esercitare pressione sulla mia pelle. Anche le mie mani si muovono freneticamente sotto il maglione di lei fino a scoprirle la schiena. Poi con fare deciso, le mani sollevano il maglione fino a toglierlo dal collo, riprendendo il bacio interrotto solo per permettere il passaggio dal collo. Il respiro di Stefy si fa sempre più irregolare, intervallato da brevi sospiri. Non posso vederla nel viso perché i miei occhi sono sempre chiusi, ma ho la sensazione che si stia godendo il momento. Certo che Patrizia doveva essere quella che tra le due “portava i pantaloni”, o così almeno penso io. Mi sta dando l’impressione di essere stata una donna decisa, che andava dritta al bersaglio senza cercare scorciatoie.
Le mie mani afferrano il reggiseno di lei, lo slacciano e lo fanno uscire dalle braccia senza permettere alle labbra di separarsi. Una spinta secca, Stefania cade sul divano ed io sopra a lei. Ora i miei occhi sono aperti e nei suoi vedo la passione, l’amore, la felicità. Le mie labbra ora si spostano sul collo, lasciandole piccoli baciotti a destra e sinistra. Il mio naso struscia sulla pelle morbida che odora di desiderio. Il suo respiro ora penetra nei miei orecchi, facendomi capire che è molto eccitata. La bocca scende ancora e si sofferma sul capezzolo turgido. La lingua bagna più volte il piccolo rilievo, mentre la voce tremante di lei mi dice “Ti…ti ricordi ancora…”. Doveva essere uno dei loro giochi d’amore, visto come Stefania sta reagendo.
La faccia si sposta sull’altro seno facendomi baciare il secondo capezzolo. Anche il mio di respiro comincia ad essere affannato. La mia mente è libera, lontana da questo turbine di emozioni. Sono solo un testimone passivo del tutto e vorrei tanto potermi svincolare, ma la mia testa scende ancora verso l’ombellico e la lingua disegna un cerchio attorno. Le mani di Stefania ora mi accarezzano la testa, facendomi muovere su e giù la parrucca. Le mie invece spingono i pantaloni della sua tuta verso i ginocchi. Lei aiutandosi con i piedi se li toglie del tutto e divarica gli arti, permettendo alla mia testa di infilarsi tra le sue gambe. L’odore acre del suo sesso, mi fa capire quanto sia eccitata. Il mio naso si intrufola tra i suoi peli prima di lasciare lo spazio alla lingua, che si fa largo e poi si infila nelle labbra umide, con sempre più decisione. Stefania reagisce con piccoli movimenti delle gambe che interrompono il lavoro delle mani. Leggeri gemiti escono dalla sua bocca, incitando Patrizia a continuare, ad insistere nella sua opera, a spingere incessantemente quella lingua ormai arroventata. Le gambe di lei stringono la mia testa come uno schiaccianoci ed i gemiti aumentano di volume e di intensità. Devo fare più pressione per poter far entrare la lingua e mi sento le orecchie surriscaldarsi per lo strofinamento sulle cosce. Ad un tratto la testa si allontana al ventre e ritorna sul viso avvolgendo nuovamente le sue labbra con le mie, mentre la mano destra si incunea tra le gambe tremanti per far affondare l’indice nella calda ed umida fessura, continuando il lavoro martellante della lingua. I nostri corpi sono tuttuno, così come lo sono i respiri irregolari, quasi sincronizzati. Con i denti comincio a mordicchiarle l’orecchio e poi le bacio insistentemente il collo approfittando della sua testa riversa all’indietro. Il dito entra ed esce senza interruzione aumentando il ritmo col passare dei secondi. Sento che l’abbraccio di Stefania si fa sempre più forte ed il suo respiro è diventato affannato, alternando brevi silenzi a gemiti di piacere. Ma ancora una volta il mio corpo interrompe la sua azione e cambia posizione. Mi sto sdraiando sopra di lei, infilandomi tra le sue gambe. Mentre continuo a baciarla, con le mani mi slaccio la gonna a comincio a sganciarmi il body. Poi, con un movimento da contorsionista, tolgo gli slip scoprendo il mio pene. “Che diavolo vuole fare ora?” mi chiedo terrorizzata. “Come abbiamo sempre voluto farlo Ste’” esce dalla mai bocca, lasciandomi partire un brivido freddo sulla schiena.
“Questo no, è troppo, non posso permetterglielo”, ma è inutile. Qualsiasi sforzo provassi a fare risultava vano. “No Patri, no, non così…” mi dice Stefania, ma da suo tono non mi sembra molto convinta. Patrizia è invece molto decisa in quello che fa e con precisione prende il mio membro e la penetra. Da come si muove, si capisce che non è la prima volta che lo fa, da esperta, come se fosse normale routine nei loro giochi erotici, probabilmente aiutandosi con protesi artificiali.
Stefania emette un lieve gemito, segno evidente di piacere. Comincio a muovermi su e giù, dando colpi veloci e costanti. Le gambe di lei cingano le mie, così come le sue mani cominciano a stringere più forte la mia schiena. “Si, Patri, così, così…”, mi dice con voce tremante.
Malgrado non voglia partecipare a questo gioco, la natura comincia a farmi assaporare la sensazione del rapporto. Lo strofinio del mio prepuzio all’interno della sua vagina, mi fa ansimare e desiderare quella donna, anche se a mente fredda non potrei nemmeno pensare di sfiorarla. La frequenza aumenta e la mia eccitazione con lei. Le teste si scuotono in continuazione, con le bocche che si cercano, si sfiorano e poi si lasciano per ritrovarsi poco dopo.
D’improvviso un forte scompiglio interno comincia a preparare la fase finale di questo rapporto, fino che l’orgasmo mi lacera di emozioni devastanti.
Le gambe di lei si stringono bloccandomi il corpo, mentre le sue unghie si conficcano nella mia pelle ed un gridolino strozzato esce dalla sua bocca. Pochi secondi dopo le gambe ed le braccia allentano velocemente la presa. La sua testa si volta dall’altra parte facendomi assaporare una boccata d’aria fresca. Avvicino la mia mano al suo viso per accarezzarlo. La mano scivola sulle sue guance quasi come fosse priva di controllo…..ma è priva di controllo!!!. Posso muoverla…mi muovo per mia volontà.
Immediatamente mi allontano da lei e le dico:”Stefania…Stefania…Sono tornata io…Sono Martina”. Lei mi guarda con gli occhi socchiusi, provata dall’orgasmo, come se non capisse di cosa io stessi parlando. Poi in un attimo si rialza e toccandomi il volto con la mano scoppia in un pianto liberatorio.
“E’ passato tutto…Non ti preoccupare… E’ passato”, provo a tranquillizzarla io.
“Avrei voluto dirtelo…ma io…lei non…”.
“Sssttt” la cheto io, “Non ha nessuna importanza ora, è tutto finito, non ti preoccupare.”.
La stringo forte a me accarezzandole i capelli. Sento che ha molto bisogno di me. Ha bisogno di nuovo di Martina.
Ed anche Martina ha bisogno di qualcuno vicino.
Continua???…(speriamo di no).
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giovedì, 27 dicembre 2007, 08:20
Ebbene si.
Anche questo anno ce la abbiamo fatta (almeno, io si).
Non siamo strozzati ingoiando un’immensa fetta di panettone, non ci siamo amputati un dito tagliando il solito, durissimo, torrone ma soprattutto non abbiamo detto "no grazie, sono a dieta".
La sera di Natale ho fatto un saltino su Splider per leggere qualche PVT e con stupore ho letto un misero "970 utenti on-line". Il deserto totale, eccetto i soliti che trovi connessi a qualsiasi ora del giorno. Secondo me, hanno trovato il modo di colorare il pallino verde in maniera indelebile, un po’ come gli occhiali finti con disegnati gli occhi sopra.
Come va???? Tutto OK?? Mi sembra di essere Romina Power con Al Bano.
In casa Brilli non troppo bene. Siamo alla guerra.
Sono ormai stanca di buttare giù bocconi amari ed ora sto usando quello che finora ho sempre odiato ed evitato: muro contro muro.
Non c'è solo il problema Martina, quindi non posso sopportare più di una cosa che mi provoca rabbia e dolore.
Voglio risolverne almeno uno dei problemi. Voglio soprattutto aprire gli occhi di chi finora li ha tenuti belli chiusi, forse per paura, forse per presunzione di sapere che quella sicuramente non era la strada giusta.
Ho stampato tutte le risposte ricevute anni fa dagli psicologi on-line ed alcuni dei miei post, tra cui il mio racconto.
Teniamo duro e stringiamo i denti. Mancano solo pochi giorni alla fine dell'anno.
Speriamo soprattutto che regga la .....dentiera.
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lunedì, 24 dicembre 2007, 10:50
In occasione del Santo Natale, la zia Martina è felice di invitarvi a passarlo con lei.
Durante questi due giorni, verranno proposti diversi giochi entusiasmanti quali:
- Lettura tutta di un fiato di Merry Christmas Martina
- Recitazione a memoria della poesia di Natale del bravo travestito
- Indovinare il numero di capelli finti che ci sono nella parrucca della zia.
Nella sala giochi invece potrete provare il nuovissimo TransforMartina, in cui dovrete aiutare un buffo e grassottello ometto pelato a diventare una avvenente signora di mezza età.
Disponibile per le piattaforme PC, PS2, PS3, XBOX e Nintendo Wiiiiiii.
Nella sala convegni invece la zia Martina terrà una dimostrazione di portamento su tacchi 10cm. Consigliate ginocchiere e cerotti.
Ed allora vi aspetto numerosi e Non Natale a tutti voi.
Con affetto
La Zia
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domenica, 23 dicembre 2007, 17:17
Questa è una frase che pronunciava continuamente una bambolina malefica in un fumetto horror
Per me il Natale non è un periodo particolarmente felice e gioioso.
Credo che questo mio allontanamento dalla “foga Natalizia” sia dovuta al fatto che da piccola ho ricevuto dai miei genitori (ma sarebbe meglio dire mia madre) una quantità enorme di regali di cui ma me non interessava niente o pochissimo. Per lei era più importante che io avessi, quello che avevano gli altri ragazzi, affinché non rimanessi indietro, non al passo con loro.
Più volte ho rifiutato la Vespa perché a me non interessava, perché avevo già il motorino.
Beh….definirlo motorino è un complimento. Eco Galera nero. C’è qualcun altro fortunato possessore di questo bellissimo motorino? Credo si possano contare non più di cento/duecento esemplari venduti in tutta Italia.
Era un motorino basso, tozzo, con il serbatoio stretto dalla forma pentagonale. I miei amici continuano a prendermi in giro tanto era brutto. Naturalmente, questo appartiene alla categoria dei regali imposti da mia madre. All’epoca c’era il mitico “Ciaino” (Ciao Piaggio per i non toscani), che era (e secondo me lo è tuttora) il più comodo e simpatico motorino che abbiano mai calcato le strade italiane. Però mammina decise lei per me, facendomi questa bella sorpresa.
Un altro storico regalo per un mio compleanno (intorno ai 12-13 anni), fu una chitarra nuova di zecca. Mai avuto il desiderio di avere una chitarra in oltre 40 anni di vita e dubito che mi venga nella terza età. E’ stata regalata diversi anni dopo a qualche cugino, sempre nuova.
L’unico regalo che vorrei, naturalmente non l’avrò mai. Un giorno da Martina, 24 ore tutte per me e magari insieme ad altre donne, preferibilmente con mia moglie. Certo che con i bambini piccoli la situazione cambia. C’è da fare l’albero, da cercare i regali, da nasconderli perché non possano vederli. Almeno fino a quando credono a Babbo Natale.
Inoltre del Natale non sopporto il doversi fare i regali per forza e soprattutto farsi gli auguri anche quando non sono sentiti. Domani mattina ci sarà il giro di colleghi che verranno belli sorridenti, con la manina tesa e quella odiosa frase “Tanti auguri a te ed alla tua famiglia”. Odiosa ovviamente perché detta con falsità, giusto perché il periodo lo richiede. Magari il 27 ti daranno un’altra bella pugnalata alle spalle o ti parleranno male dietro. “E che cazzo me le dai a fare gli auguri? Stronzo”.
Ehmmm. Scusate lo sfogo .
Quindi non ve la prendete se Zia Martina non vi farà gli auguri e tuttalpiù risponderà ai vostri con un “Grazie altrettanto”. Non è ignoranza, cattiveria, o menefreghismo, ma semplice e sincera mancanza di … falsità.
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sabato, 15 dicembre 2007, 21:24
Martedì 25 Dicembre Ore 12:00
Le campane suonano 12 rintocchi. Le pareti della chiesa tremano ed io, assorta nei miei pensieri, sussulto sulla panca. E' tardissimo.
Mi alzo e con passo felpato camminando sulle punte, mi avvicino all'uscita. In quel momento entra un uomo, alto, capelli bianchi, sui 70 circa. "Prego signora" e mi apre la porta. “Felice Natale”. Benedetta vecchiaia, dico tra me e me. Cateratta andata per non accorgersi che non sono una donna. Però è bello crederci.....
Esco di corsa e giro intorno alla chiesa. La piccola farmacia è li, tra il negozio di vini e la boutique che mi aveva detto Stefania. Già Stefania. Chissà come sta. In tutti quei sali scendi stamani mi ridimenticata il cellulare in qualche casa. Mi segno nome, indirizzo e paese dove potrò trovare qualche medicinale e poi me ne torno fiera fiera a casa.
Stefy si è alzata. L'aspirina ha già fatto effetto, la temperatura è scesa ed anche le gambe reggono ora. Solo la voce continua a mancare. Mi faccio dire dov'è il paese che ho segnato e tra gesti e foglietti mi fa capire che non ce la farei ad andare e tornare in tempo per l'arrivo di Maria. E' proprio il posto dove saremmo dovute andare nel pomeriggio.
Mi dice...o meglio mi scrive che ha telefonato mia moglie e devo richiamarla perchè vuole farmi parlare con il bambino. Ecco dov'era il telefono. La chiamo subito e parlo subito con mio figlio che ha risposto. E' tutto entusiasta dei pattini. Quelli vecchi ormai non gli entravano più. "Ti passo mamma" e scappa a giocare con la nostra figlioccia.
Li il tempo è bellissimo e si stanno divertendo. Hanno prenotato il pranzo in una baita, poi torneranno giù con gli sci. La saluto mandandole un bacio. Mi volto e vedo Stefania che mi guarda con tenerezza. Sa quanto bene voglio a mia moglie, anche se lei non mi ha mai accettata per quello che sono.
Uno sguardo all'orologio e giù di nuovo per quelle scale. I piedi cominciano a farmi male. Evidentemente quel 40 non è "compliant" con miei piedi. Non vedo l'ora di mettermi al tavolo così me le tolgo.
Apro la porta di casa di Maria, tanto avevo sempre le chiavi in tasca. Anche quelle erano di Patrizia, si vede dal portachiavi (carino).
Maria è in cucina che sta finendo di sistemare la roba. Si è cambiata di abito per l'occasione. Gonna e maglia neri, con tanto di pezzola sopra la testa, come si usa ancora nei piccoli paesi. "Che bei vestiti che ..." e mi zittisco cosciente di star dicendo una cazzata. Lei si volta e mi guarda soddisfatta.
Patrizia era una donna in carriera. Avvocato affermato in uno studio legale nella città vicina.
Soldi, Mercedes, gioielli, viaggi all'estero e bellissimi vestiti. Le mancava solo l'amore, troppo impegnata nel lavoro che la teneva occupata da mattina presto a sera. Ed è proprio dal lavoro che stava tornando quella sera che ...
Maria scoppia a piangere ed io come una scema li, ferma immobile ed in colpa per quello che avevo detto. “Testa di c… Sei proprio una m..”. Mi faccio coraggio e l’abbraccio strinta. Lei fa lo stesso. Sento che ne ha bisogno. Poi si stacca da me, si asciuga gli occhi con il fazzoletto e accenna un sorriso. "Andiamo che si fredda" mi dice quasi singhiozzando. Usciamo di casa.
Al nostro ingresso Stefania ci viene incontro e prende il piatto dalle mani di Maria. "Prendi la roba a Patrizia che ha più peso di me." Stefania mi guarda allibita. Io le strizzo l'occhio sperando che capisca. "Vedi che lo so. A me ha fatto tanto piacere saperlo". Stefy le fa un sorriso imbarazzato. Mi avvicino fingendo di darle un bacio sulla guancia. "Poi ti spiego, fai finta di niente"
La tavola è già apparecchiata e Maria si preoccupa subito di riempire i piatti. Manco a dirlo, per prima tocca a me (amore di mamma).
Ho fame. Le fette biscottate di stamani sono arrivate ormai alla punta dei piedi. Già. La punta dei piedi. Ahia. "Ostia che dolore" diceva Boldi. Indifferentemente mi tolgo le scarpe. Libidine.
Mi contengo a mangiare con la fretta che mi contraddistingue. Devo fare la signora anche ora. Vorrei poterle dare l'illusione di riaverla accanto, almeno per qualche altro momento. Il vedere il rossetto sul bordo del bicchiere è per me un'altra sensazione forte, quasi un passo in più verso quei modi tanto bramati.
Alla TV c'è il telegiornale, che tra un morto e l'altro fa vedere anche delle interviste ai nostri cari politici, tra cui Vladimir Luxuria. Lei mi guarda e sorride. "Lui si che si vede che è un uomo." Capisco che l'ho resa davvero contenta, al punto che i suoi occhi vedono solo cosa vogliono vedere e non la triste realtà. Poi si gira verso Stefania, come per conferma e lei annuisce.
Arrosto e dolcino, riempiono la mia povera pancia vuota. Mi infilo di nuovo le scarpe, mi alzo e vado in cucina per preparare il caffè, seguito a ruota da Maria. "Anche lei quando era a casa la Domenica mi preparava sempre il caffè." Mi avvicino e le do un bacetto sul viso. Mi fa tanta pena.
Bevuto anche il caffè, ci sediamo sul divano. Vorrei sdraiarmi, ma devo mantenermi composta. Rimango sul bordo ed accavallo le gambe. Vedo che Maria mi osserva contenta. Approva il mio modo di fare.
Dopo pochi minuti che stiamo guardando la TV, ci accorgiamo che Stefania si è di nuovo addormentata. Vado in camera sua, prendo una coperta e la copro. La casa non è molto calda. La stufetta elettrica oggi non riesce nemmeno a stiepidirla.
Comincio a togliere i piatti dal tavolo per portarli in cucina. Maria mi ferma e mi dice: "Ci penso io, stai tranquilla. Tu va prendere le medicine, che io rimango a farle compagnia". Obbedisco anceh perché il tempo a mia disposizione sta per esaurirsi. Dalla camera arraffo la borsa di Stefania, dato che mi sono dimenticata di prenderne una stamani. "Tanto a lei non servirà sicuramente oggi" mi sono detta.
Scendo per la millesima volta le scale ed infilando le mani in tasca mi accorgo che ho ancora le chiavi di Maria. La tentazione è fortissima. Vado o non vado? Vado!!!! Voglio fare un ultimo cambio d'abito. "Mammina ne sarebbe contenta" pensa la stronza (che poi sarei io) mentre sogghigna. Inoltre non posso andare in giro con quelle scarpe e quindi devo prendere i miei stivali, quelli neri che mi sono portata dietro e che erano rimasti in quella casa da ieri.
Mi tolgo la parrucca e la appoggio sul letto. In casa c'è troppo caldo, o forse è la reazione col freddo che ho patito durante il pranzo.
Sono ancora davanti a quel armadio, l'oggetto dei miei desideri.
Non ho il tempo di cambiare anche il trucco quindi lascerò su la maglietta rosa. Tiro fuori una gonna nera, lunga fino al ginocchio. Sotto la maglia starebbe bene, ma assieme agli stivali fanno un macchione nero. La rimetto dentro e cerco ancora. L'armadio è grande, ma ciò nonostante straripa di vestiti. Vedo un lembo di stoffa grigio che spunta tra due cappotti. Mi faccio spazio.
E' una gonna, più lunga dell'altra nera, ed è perfetta per me, sia per il colore, sia per la lunghezza, così può coprirmi tutte le gambe (che fanno schifo).
La infilo e poi metto gli stivali. Mi siedo al tavolino del trucco per una ritoccata. Avvicino la testa allo specchio per ripassare occhi e bocca. Ne avevano bisogno. Il viso ha anche bisogno di un paio di mani di cipria perché la barba comincia a fare capolino. Mi tiro indietro e la coda dell'occhio mi rivela dallo specchio qualcosa dietro di me. Un viso di donna.... Patrizia!!!!!!!!
Mi volto di scatto, ma non c'è niente. Non sono sicura di quello che ho visto, ma ho il terrore. Mi tremano le gambe tant'è che non riesco nemmeno ad alzarmi dalla sedia. Mi faccio forza e corro verso la porta arraffando borsa e pelliccia. Anche se fuori fa freddo, dentro di me c'è un vulcano.
Chiusa la porta di casa, mi dirigo svelta verso l'auto. Monto sopra senza preoccuparmi troppo dello "stile" e parto sgommando. Meglio che rallenti un po'. Sto facendo 110 in una strada in cui c'è il divieto a 50.
Meno male che è Natale. Non dovrebbero esserci vigili in giro. Poi se mi fermano in questo stato cosa gli racconto? "Mi sono anticipata per Carnevale".
In 20 minuti sono al paesino, posteggio la macchina, faccio un bel respirone ed esco, questa volta stando attenta ai modi (c'è gente). Prendo il foglietto con l'indirizzo e cerco tra le vie.
Ore 15
E' ancora presto. La gente è sempre al tavolo per il mega pranzo, quindi sguazzo tranquillamente tra le vie senza farmi troppi problemi. Aveva ragione Stefania. E' proprio un bel paesino. Trovo un punto panoramico da dove si vedono tanti paesini limitrofi. Sedute su un muretto vicino ci sono due ragazzine. Avranno si o no 16 anni. Stanno fumando, nascondendo la sigaretta ogni volta che sentono dei passi.
Mi capita spesso di raffigurarmi nelle ragazzine di quella età. E' il momento di transizione da bambina a donna, e fumare è un modo di dimostrare di essere ormai grande, non più bambina. E' così anche per me. Per me fumare non è un vizio, ma una soddisfazione, il dimostrare a me stesso di essere grande... e soprattutto donna!!!.
Mi viene il dubbio che forse in borsa c'è il pacchetto di Stefania. Giuro che non l'ho fatto apposta. Non ci pensavo proprio. E' stato solo un caso. Però se la sorte ha voluto così perchè contraddirla.
Oltretutto ne avrei anche bisogno per tranquillizzarmi, dopo il tuffo al cuore che mi sono presa. Ne prendo una e l'accendo nervosamente. Una nuvoletta di fumo bianco mi avvolge la testa. Il freddo aumenta la scia del fumo ogni volta che lo butto fuori. Mi do un contegno e metto la mano sinistra sotto il braccio destro, a mo' di appoggino. Non ho mai capito perchè le donne fanno così, però devo ammettere che è bello da vedersi (o almeno così lo è per me).
Tiro fuori dal cilindro magico un'altra posa extra femminile. Alzo la punta dello stivale facendo roteare appena il piede usando il tacco come perno. Anche questo che senso ha??? Nessuno, però anche questo fa donna. Meglio che smetta di fare le belle statuine (siete pronte signorine?) e vada adesso.
I gomiti premuti sui fianchi e la mano leggermente scosta dalla pelliccia per evitare che la sigaretta la possa bruciare. Le dita stanno tese, ancora più lontane della mano. Vedo sul muro la targhetta con il nome della via e pochi metri più avanti c'è la farmacia. Mi traccheggio altri due minuti, butto la sigaretta ormai finita, mi faccio coraggio ed entro.
Sono già entrata nei negozi vestita da donna, ma le altre volte avevo la sorellona accanto a me, mentre oggi sono solo soletta. Fortuna vuole che ci sia una donna dentro il bancone. Anche questo fa parte della mia patologia. Forse sono convinta che una donna mi possa comprendermi meglio rispetto ad un uomo. Lo so che non sono normale (ma almeno io lo so).
Con una vocina strozzata e sottovoce le chiedo qualcosa per il raffreddore ed il mal di gola. "E per lei vero?" mi fa. "Si" sospiro io, "Si sente" dice lei. Non ho capito se mi sta prendendo per i fondelli o cosa. Si sente e si vede cosa sono. Non ci prendiamo in giro.
Tiro fuori il borsellino di Stefania e pago. Poi lo rimetto dentro insieme alla busta con le medicine e mi volto per uscire. "Signora!" mi sento richiamare. Gelo. "Lo scontrino". “Uufffff”. Ringrazio e guadagno l'uscita.
Mi faccio l'ultima passeggiata stile ora d'aria dei carcerati, senza una meta precisa, soltanto per evitare di tornare alla macchina. Appena torno in casa mi dovrò cambiare, lavare e prendere un taxi (non posso farmi accompagnare) per andare alla stazione. Fine del divertimento e di Martina.
In una strada incrocio un coppia che sta camminando sul marciapiede opposto. Lui giacca, pullover, cravatta e pantaloni col piegone. Deve essere stata roba di suo nonno. Lei pantaloni, camiciona a quadri e sopra trapuntino blu, stile scaricatore di porto. Oltretutto mi accorgo che non sono vecchi e mi fa imbestialire il fatto che mi guardano e poi si dicono qualcosa sorridendo. “Mi dovrei vergognare io??”, mi dico. Ecco. In questi momenti mi sento fiera di quello che sono e soprattutto di come mi vesto.
Ci risiamo. Mi riscappa la pipì. Certo che mi sono immedesimata bene!!! Beh, il fatto è che la volevo fare a casa di Maria, ma poi con tutto quello che è successo mi devo considerare fortunata di non essermela fatta addosso (sia davanti che dietro). Incredibile ma vero c’è il bar aperto. Non posso trattenerla fino a casa, ne posso farla per la strada. Dovrei spogliarmi tutta e la temperatura non lo permette di certo. Non amo entrare nei bar da uomo, figuriamosi ora, però è già partito il countdown:Ten, Nine, Eight.. Apro la porta ed entro. Al bancone un signore sui 60, baffoni e senza capelli. Ad un tavolo un gruppo misto giovani e vecchi, impegnati in un giro di carte. Seven. L’ingresso non è dei più silenziosi, sia per i tacchi, sia perché con la pelliccia aggancio il cestellino delle patatine. “Penk” rimbomba nel piccolo locale e tutti si voltano a guardarmi. Six. “Bella figura di m…” mi dico. Penso di avere coperto tutte le scalature di colore tra il rosa ed il viola scuro sul volto. Five. Raggiungo il bancone e sempre sottovoce faccio “Un caffè per favore”. “Cosa scusi?” mi chiede il barista. Ci mancava anche il barista sordo. Four. “Un caffè per favore” ripeto allora con voce più alta, ma meno femminile. Lui sgrana gli occhi, poi sorride e si volta. “Glielo faccio subito….Signora”. Vedo le spalle e la pancia che ballettano. Sta ridendo. Three. “Dopo la signora lo fai anche a noi un bel corretto. Per me alla Sambuca, lui al Sassolino e per Giacomo al…finocchio” e scoppiano tutti a ridere. Two. Bevo in meno di due secondi il caffè e chiedo del bagno. Tanto ormai la figuraccia è fatta. Non mi picchieranno mica. One. Chiudo la porta e sento che tutti stanno ridendo a crepapelle. Mi spoglio e faccio la pipì, questa volta senza preoccuparmi della posizione. Esco, ringrazio il barista e mentre arrivo alla porta mi giro verso il tavolino degli uomini e mando un bacio con la mano (in puro stile Holliwoodiano). Chiudo la porta. Le risate si sentono anche da fuori il bar. Volevo fare ditino ma poi ho pensato che fosse troppo provocatorio.
Esperienza che entra, direbbe mio padre. Proprio lui. Quante volte si è espresso con schifo verso le persone come me. “Quel finocchiaccio li!!!” diceva di un nostro vicino di casa molto effeminato. Io non sono per niente effemminata quando sono al maschile, quindi non ha mai sospettato di me.
Sento suonare il cellulare (stavolta l’ho preso). Lo prendo dalla borsa e rispondo. E’ mia moglie.
Rispondo con voce femminile perché c’è gente vicino. “Lei rimane un attimo in silenzio, poi continua con un “Chi parla scusi?”. “Sono io. Sono fuori…da sola”. “Sei fuori? Da solo? Vestito da donna? Ma sei scemo?”. “Si, si, proprio così. Ciao cara ti richiamo io eh?” e butto giù.
Appena rientrata in auto la richiamo (pena il divorzio) e le spiego sommariamente come è andata la giornata. Metto in moto l'auto e con il groppo in gola torno a casa. Ho due buone ragioni per essere triste: La prima è che fra poco mi spoglierò di questi vestiti che tanto mi piacciono, mi struccherò, rivedrò quel volto da incubo e stasera tornerò a casa.
La seconda è che dovrò tornare in quella casa a prendere i miei vestiti e la valigia. Ho già i brividi.
E tanto tanto tanto altro ancora....
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