Il rumore dei tacchi riecheggia dentro il lungo corridoio, con il solito ritmi martellante. Un pallida luna fa capolino dagli ampi finestroni intervallati da bianchi muri sopra i quali hanno affisso dei tristissimi poster pubblicitari. Un cappotto troppo stretto per me, ma era l’unico che mi potesse almeno entrare e coprire in queste gelida notte.
Questa giornata sembra non voler finire mai ed io ora sono proprio allo stremo. Non bastava tutto quello che avevo passato da stamani, dopo ceh ormai ho perso l’ultimo treno per tornarmene a casa. Nooo, certo che no!!! Mi si doveva sentire male anche la Stefania!!! Povera stella!! Lo stato febbricitante non le ha fatto superare quei momenti carichi di tensioni e paure, per non parlare del …. No, non voglio nemmeno pensarci a cosa le ho fatto. Si, lo so che non era la mia mente a farlo….ma la carne era la mia. Non me lo perdonerò mai, questo. Fare l’amore con la mia migliore amica, tradendo così mia moglie. Come farò a guardarle entrambe in faccia senza avere dei sensi di colpa. Valle a spiegare poi del fantasma.
Beh, ora ho ben altro a cui pensare. E’ mezzanotte passata ed io sono qui da sola in un ospedale di una città che non è la mia con la Stefi moribonda. Mi era svenuta fra le braccia dopo che si era sfogata con un pianto liberatorio. Io ho chiamato subito il 118 e quando sono venuti, sistemarmi un po’ è stata l’ultima cosa che mi è venuto in mente. Vedevo che mi guardavano strana quando spiegavo loro cosa le era successo, ma credevo che fosse solo per la mia voce prettamente maschile. Appena salita in macchina per seguire l’ambulanza, nello specchietto mi sono vista la parrucca tutta girata! Ci credo che sghignazzavano mentre la portavano giù dalle scale. Si perché se ti credano una trans, al gente di solito ti…asseconda. Se invece si accorge che sei una trav, sei fregata.
Con la coda dell’occhio ho visto anche un ombra che oscurava la luce alla finestra di Maria. Povera donna! Che brutta serata le ho fatto passare. Però non era certo il momento per andare a parlarci e soprattutto per riprendermi la mia roba che è sempre li in quella camera maledetta.
Finalmente arrivo al reparto e l’infermiera molto gentile mi fa passare. “La stanza è la numero 2. Mi raccomando non faccia conversazione. Le altre pazienti stanno riposando”.
La ringrazio ed entro nello stanzone. Lei è li, sdraiata sul primo letto a destra. Ci sono solo altri due letti occupati in tutta la camerata.
Mi avvicino in punta piedi per evitare che i tacchi sveglino le altre. Lei però mi sente ed apre appena gli occhi. Accenna un sorriso e prova a muovere il suo braccio sinistro. Io la fermo subito perché lei non si rende conto di avere la flebo. Le prendo la mano e la stringo forte. Al solo tocco, lei richiude gli occhi e gira la testa. Dopo un paio di minuti mi accorgo che la presa è diminuita e capisco che si è addormentata. Le lascio la mano e faccio un paio di passi nella stanza alla ricerca di una sedia. La sposto cercando di evitare gli ostacoli, ma naturalmente “PEMM!!” batto contro un letto. Mi fermo immediatamente e mi guardo attorno, sperando di non aver svegliato nessuna delle …ospiti. Tutto Ok.
Mi tolgo goffamente il cappotto e lo appoggio sullo schienale della sedia. Poi mi siedo accanto a lei e le riprendo la mano. Comincio a ripensare a come è trascorsa la giornata, al fatto che nel casino totale anche stasera non ho chiamato mia moglie e che ormai è troppo tardi per richiamarla, al dover tornare a casa di Stefi e poi ripartire, e…. zzzzz.
Il rumore di passi svelti nel corridoio mi sveglia. Sono i genitori di Stefania. Gli avevo chiamati io dal suo cellulare, dato che il mio è chissà dove, forse in casa di Maria o forse mi è caduto in auto. “Mami” riportava la voce nell’agenda, un nomignolo che io non ho mai avuto il piacere di pronunciare e che dimostra quanto legata sia a sua madre.
Entrano affannosamente nella stanza ed io faccio un sorriso sbieco, afferro il cappotto ed esco fuori. Ora sono fuori luogo accanto a lei. Guardo fuori dall’unica finestra. Si è alzato un vento fortissimo e la palma davanti all’edificio oscilla terribilmente. E’ una bella sensazione quella di vedere il freddo fuori ed essere al calduccio dentro. Il vetro riflette quello che resta di un volto femminile, senza però accentuare i problemi che sicuramente avrò.
Sento dei passi dietro di me e mi volto. E’ suo padre. Mi guarda con uno sguardo truce, quasi volesse linciarmi. “B..buonasera” faccio io balbettando per la soggezione. Lui annuisce con la testa ed a me si bloccano tutti i buoni propositi di intavolare una conversazione. Poi si allontana alla ricerca di un dottore a cui chiedere informazioni. Io rimango li, impietrita come una idiota, senza sapere cosa fare e senza sapere se è sempre il caso che io rimanga li.
Dopo cinque minuti ritorna, si ferma davanti a me e con lo sguardo abbassato mi dice: “Mi hanno detto che non abbiamo niente di cui preoccuparci. Sembra sia stato un banale abbassamento di pressione. Dai primi controlli fatti non risulta niente altro. Vogliono però tenerla in osservazione fino a domani mattina e poi, se tutto va bene, la dimetteranno.”
“Meno male” rispondo io, ma non riesco a tirare fuori altro. In quell’istante la mamma esce dalla stanza, si avvicina a suo marito e gli chiede cosa hanno detto i medici. Lui le rispiega tutto. “Vai tu ora” dice lei. E lui, sempre con lo sguardo basso si gira e va dalla figlia.
“Lei deve essere…Martina vero?”. “Si signora! Diciamo che io sono Martina. Non mi dia del lei per favore. Mi sento…vecchia”. “Beh, allora vuoi far sentire vecchia me? Mi chiamo Lucia.” e mi porge la mano. “Grazie per quello che hai fatto Martina!”. “Tu la sapessi tutta” ridacchio dentro di me. “Io non ho fatto niente. Ho semplicemente chiamato l’ambulanza”. “Ma io voglio dirti grazie perché le sei sempre stata accanto, anche se abiti molto lontano. Sai che lei non fa altro che parlare di te. Se non sapessi che sei solo un’amica direi che sei la sua amante. Mi sembra di conoscerti da sempre. Sei esattamente come ti ha descritto.”
“Francamente credo che se ora mi trovi come ti ha descritto grossi complimenti non me ne deve avere fatti!!! Sono in una condizione oscena, non …vedi.” In effetti il trucco è ormai svanito, il rossetto consumato dalle labbra, la barba comincia ad affiorare sotto lo strato di coprente. Lei sorride un po’ abbassando la testa, poi comincia a cercare in borsa e mi porge cipria e rossetto. “Va a darti una sistemata nel bagno, tanto qui ci siamo noi”.
Approfitto dell’offerta più che altro perché ho una certa urgenzina dato che è circa 10 ore che non…! Sempre in punta di piedi entro nel bagno del reparto. Fortunatamente qui non mi devo fare le solite seghe mentali tipo:”Vado in quello dei maschi o in quello delle femminucce?”. Fatti i bisognini mi metto davanti allo specchio. Visto lo stato in cui sono c’è da chiedere dove è stato fabbricato il vetro perché se rimane intero dopo che mi ci sono specchiata lo possono garantire a vita. La spugnetta della cipria gratta un po’ la barba appena accentuata. Per paura di sciupargliela, la metto a chiazze, come un muratore che mette la calcina su un muro. Non copre più di tanto, ma quantomeno il viso ha ripreso il colore. Apro il rossetto e con piacere vedo che il colore è abbastanza simile a quello che ho…ha messo Patrizia. Meno male che non devo togliere il vecchio. Piuttosto avrei lasciato tutto com’era.
Con le mani do una riassestata alla parrucca che non ce la fa più a stare al suo posto. Anche la cute sotto sta un po’ soffrendo la mancanza d’aria, abituata com’è a stare a cielo aperto.
Chiudo tutto ed esco dal bagno. Lucia è sempre li davanti alla stanza, mi guarda e mi sorride. “Va meglio ora?” mi chiede. “Uhhhh. Potrei andare a Miss Italia tanto sono diventata bella!.”. Un attimo di silenzio ed entrambe ci mettiamo a ridere. Una infermiera esce dalla sua stanzina e ci guarda male. “Ti va un caffè?” mi dice. “Credo proprio di averne bisogno sai” le rispondo. La macchina del caffè si trova subito fuori del reparto. Quando sono arrivata ero talmente nervosa che non la avevo nemmeno vista. Accanto c'è persino il distributore delle merendine e vedendolo mi viene a mente che stasera non ho cenato. Comincio a rufolare nella borsa di Stefania alal ricerca di un borsellino, degli spicci, un bancomat, un libretto degli assegni, qualsiasi cosa insomma che possa essere convertito in...cibo!! “Lascia stare” dice lei allungando la mano e fermando la mia. “Ho io i soldi”. “Si, ma io più che il caffè preferirei qualcosa da mangiare perchè stasera la cena è andata farsi benedire”. Dal suo borsellino tira fuori un po' di spicci e me li passa. “Prendi ciò che vuoi”. Avidamente non me lo faccio dire due volte ed inserisco le monetine nella macchina infernale. “Tleng, tleng, tleng”. Non mi ero mai accorta quanto casino potessero fare le monete quando sei nel silenzio più assoluto. Apro lo sportello in basso e prendo la bustina contenente un merendino. La apro e divoro letteralmente il suo contenuto in tre secondi. “Ora lo vuoi il caffè?”. “Ummppff” che vorrebbe dire si.
Altra monetina e poi parte il meccanismo. Lei ha già il caffè in mano e lo sorseggia piano piano. “E' incandescente” dice allontanandosi il bicchiere dalla bocca. Lucia è una discreta signora, capelli scuri corti con dei colpi di sole color mogano, un fisico robustello, più o meno come il mio. L'abbigliamento è abbastanza giovanile e se non fosse per i segni dell'età sul viso, potrebbe sembrare la sorella maggiore della Stefi invece che la madre. Ingurgito piano il caffè che è davvero caldo come diceva lei. La conversazione è un po' ristretta. Da parte mia c'è un certo imbarazzo a parlare con una persona più anziana di me e di cui non consoci usi e gusti. Dall'altra parte lei sembra peritarsi a chiedermi le cose.
Butto il bicchiere nel secchio accanto alla macchina e mi accorgo che li accanto c'è una porta accostata che da ad un terrazzino esterno. “Posso offrirti una sigaretta di tua figlia?” “No, grazie io non fumo”. “Beh, se per questo nemmeno io. Ma oggi credo proprio di averne bisogno”. Lei mi guarda con aria incuriosita e poi mi fa “OK”. Apro la porta e con l'altra mano le faccio il gesto di uscire come ogni gentiluomo dovrebbe fare...deformazione professionale.
