Eccoci di nuovo in fila per salire sul traghetto che ci riporterà verso la realtà quotidiana.
Ci sono poche auto sul molo, sia perché la partenza infrasettimanale è poco richiesta sia perché quest’anno c’è stato un calo delle presenze a causa degli alti prezzi a cui ci hanno tristemente abituati gli isolani.
Salgo la rampa di imbarco per entrare nel garage della nave e mi sento un po’ Pinocchio mentre viene mangiato dalla balena. Oltretutto la nave bianca sa molto di Moby Dick. Il solito “simpaticissimo” marinaio tutto fare, sbraita affinché io accosti l’auto il più vicino possibile a quella accanto, quasi a toccarla. Anche questa è una “piacevole” abitudine che mi ricorda molto la frase “così è, se vi pare”.
Raggiunta la sala centrale occupiamo subito tre poltrone, ma dopo pochi minuti sono già fuori per vedere la partenza della nave. Anche mio figlio è con me e lo tengo stretto stretto perché ho sempre paura che quelle vecchie balaustre non tengano il peso. Si, è vero. Forse sono troppo ansiosa e questo poi si ripercuote sull’insicurezza di lui.
Finalmente dal molo si sganciano le funi dell’ormeggio e lentamente la nave arretra fino ad arrivare nella rada dove può fare manovra. Nel golfo ci sono diverse imbarcazioni, alcune delle quali denotano il grado di ricchezza di chi le possiede. Io non potrei permettermi nemmeno uno dei loro salvagente.
Il traghetto ora è in posizione giusta ed i motori aumentano i giri per affrontare il mare aperto.
A questo punto mio figlio decide di rientrare, anche perché fuori il vento comincia ad essere insistente. Io invece, preferisco rimanere fuori perché voglio gustarmi gli ultimi secondi di questa vacanza.
Ormai la vista dell’isola non mi dovrebbe fare più un grande effetto, dato che ormai ci sarò stata almeno dieci volte. Eppure, ogni volta è come se fosse la prima. Il nostro sogno è quello di poter un giorno prenderci una casetta dove passare parte della nostra vecchiaia.
Dato che la parte dell’isola che si vede dal traghetto è fra le meno belle e quindi meno frequentate, tutti gli anni mi ripropongo di vistarla comunque, prima o poi, ma so già che non manterrò questa promessa perché ci vorrebbe più uno scooter che un’auto.
Sul ponte non c’è molta gente. In un angolo c’è un gruppo di extracomunitari seduti per terra che ridono e scherzano fra di loro. Una signora sui cinquanta parla animatamente al cellulare e piano piano si avvicina a me. La osservo attentamente, cercando di carpire ogni suo piccolo movimento, ogni sua espressione del viso, ogni sua frase che risulti più femminile delle mie. Poi chiude il telefonino, lo infila nella borsetta nera e dorata e contemporaneamente prende il pacchetto delle sigarette e l’accendino. Ne accende una, rimette tutto a posto nella borsa e girandosi verso l’isola lascia uscire il fumo che mi arriva addosso e mi riempie le narici. Non è un sapore forte ma quasi dolciastro. Mi ricorda quando anch’io fumavo, senza che mi piacesse particolarmente. La mente va indietro nel tempo, alle ultime volte che mi ero vestita, nelle quali mi ero finalmente vista donna.
Chiudo un attimo gli occhi ed assaporo la scia di fumo mista a profumo, cercando di immedesimarmi in quella donna, come se fossi io stessa a generare quegli odori.
Ancora una volta il meccanismo di trasformazione si attiva ed il corpo reagisce di conseguenza. La posa si irrigidisce, specialmente nel bacino, mentre le gambe sono già incrociate. La schiena si inarca, la testa si alza, le spalle si allargano. Il vento ora mi muove i capelli, che sembrano ondeggiare fluenti. Il mento si appoggia sulla spalla ed apro gli occhi. Voglio gustarmi fino all’ultimo la vista dell’isola, rimanendone attaccata come un gatto con gli artigli conficcati nella roccia. Anche questo l’ho fatto tante volte, ma oggi è diverso, perché gli occhi che guardano non sono i soliti. Sono quelli di Martina.





























